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mercoledì 11 luglio 2012

Karl Marx - Discorso sulla questione del libero scambio

Karl Marx   Discorso sulla questione del libero scambio


 www.resistenze.org - materiali resistenti in linea - iper-classici - 12-03-11 - n. 355

da Karl Marx - Friedrich Engels, Opere Complete, vol. 6, pag 469-482, Editori Riuniti, Roma, 1973

Trascrizione a cura del CCDP per l'anniversario della morte di Marx (14/03/1883)

pronunciato il 9 gennaio 1848 all'Associazione democratica di Bruxelles (253)


Signori,

l'abolizione delle leggi sul grano (44) in Inghilterra è il più grande trionfo conseguito dal libero scambio nel XIX secolo. In tutti i paesi in cui gli industriali parlano di libero scambio, essi hanno di mira principalmente il libero scambio del grano e delle materie prime in generale. Colpire con dazi protettivi i grani stranieri è infame, significa speculare sulla fame dei popoli.

Pane a buon mercato, salari elevati - cheap food, high wages - ecco il solo fine per il quale i liberoscambisti in Inghilterra hanno speso milioni; e già il loro entusiasmo si è esteso ai loro fratelli del continente. In generale, se si vuole il libero scambio, è per alleviare la condizione della classe lavoratrice.


Ma - fatto sorprendente! - il popolo, a cui si vuole per forza procurare pane a buon mercato, è quanto mai ingrato. Il pane a buon mercato è così malfamato in Inghilterra come il governo a buon mercato lo è in Francia. Il popolo vede in questi uomini pieni di abnegazione, in un Bowring, in un Bright e consorti, i suoi più grandi nemici e gli ipocriti più sfrontati.


Tutti sanno che la lotta fra liberali e democratici si chiama, in Inghilterra, lotta tra liberoscambisti e cartisti.

Vediamo ora come i liberoscambisti abbiano provato al popolo i nobili sentimenti da cui erano mossi.


Essi dicevano agli operai delle fabbriche:

II diritto prelevato sui cereali è una imposta sul salario; questa imposta, voi la pagate ai signori della terra, a questi aristocratici del medioevo; se la vostra posizione è miserevole, è a causa del caro prezzo dei viveri di prima necessità.


Gli operai domandavano a loro volta ai fabbricanti:

Come mai, negli ultimi trent'anni, nei quali la nostra industria si è potentemente sviluppata, il nostro salario è diminuito in proporzione ben più rapida di quanto sia aumentato il prezzo delle granaglie? L'imposta che, secondo voi, paghiamo ai proprietari fondiari, incide sull'operaio nella misura di circa tre pence per settimana. E tuttavia dal 1815 al 1843 il salario del tessitóre a mano è sceso da 28 scellini a 5 scellini per settimana; e il salario del tessitore nel laboratorio meccanizzato, dal 1823 al 1843 è diminuito da 20 a 8 scellini settimanali.

E durante tutto questo tempo la quota che abbiamo pagato al proprietario fondiario non ha mai oltrepassato i tre pence. Non solo: nel 1834, quando il pane era assai a buon mercato e il commercio prosperava, che ci dicevate? Se siete in condizioni miserevoli, è perché fate troppi figli, è perché il vostro matrimonio è più produttivo del vostro mestiere!

Questo ci dicevate allora; e siete andati a fare le nuove leggi per i poveri e a costruire quelle bastiglie dei proletari che sono le workhouses (I).


Ed ecco la risposta dei fabbricanti:

Avete ragione, signori operai; non è solo il prezzo del grano, ma anche la concorrenza fra le offerte di braccia che determina il salario.

Ma pensate a una cosa: il nostro suolo non si compone che di rocce e di banchi di sabbia. Pensate, per caso, che sia possibile far nascere il grano nei vasi da fiori? Ebbene, se invece di prodigare il nostro capitale e il nostro lavoro in un suolo del tutto sterile, abbandonassimo l'agricoltura e ci dedicassimo esclusivamente all'industria, tutta l'Europa abbandonerebbe le manifatture, e l'Inghilterra si trasformerebbe in una sola grande città che avrebbe per campagna il resto d'Europa.


Senonché mentre parla in tal modo ai propri operai, il fabbricante viene interpellato dal piccolo commerciante:

Ma, se aboliamo le leggi sul grano, roviniamo, sì, l'agricoltura, ma non per questo costringeremo gli altri paesi a rifornirsi nelle nostre fabbriche e ad abbandonare le loro! Risultato? Io perderò i miei affari con la campagna e il commercio interno perderà i suoi mercati.

Il fabbricante allora, volgendo le spalle agli operai, risponde al bottegaio:

Quanto a questo, lasciateci fare. Una volta abolita l'imposta sul grano, avremo dall'estero grano più a buon mercato. Poi abbasseremo il salario, che aumenterà contemporaneamente negli altri paesi donde ci riforniamo di grano.

Così, ai vantaggi che già abbiamo, si aggiungerà anche quello di un salario più basso, per cui, avvantaggiati in tanti modi, potremo ben costringere il continente a rifornirsi da noi.


Ma ecco unirsi alla discussione l'imprenditore agricolo e il bracciante.

E di noi, allora - dicono - che ne sarà?

Faremo morire l'agricoltura che ci fa vivere? Dovremo sopportare che ci si tolga il suolo di sotto ai piedi?

Per tutta risposta l'Anti-Corn-Law-League (II) si è accontentata di assegnare dei premi ai tre migliori scritti che trattino della salutare efficacia esercitata sull'agricoltura inglese dall'abolizione delle leggi sul grano.

Questi premi sono stati vinti dai signori Hope, Morse e Greg, i cui libri sono stati diffusi per le campagne a migliaia di copie.


Il primo dei premiati comincia col dimostrare che né l'imprenditore né il bracciante agricolo perderanno per la libera importazione del grano dall'estero, bensì solo il proprietario terriero: l'imprenditore agricolo inglese - esclama Hope - non ha nulla da temere dall'abolizione delle leggi sul grano, perché nessun paese può produrre grano di così buona qualità e così a buon mercato come l'Inghilterra.

Così, quand'anche il prezzo del grano precipitasse, ciò non vi recherebbe pregiudizio, dato che tale abbassamento inciderebbe solo sulla rendita, che diminuirebbe, e per nulla sul profitto del capitale e sul salario, che resterebbero invariati.


Il secondo premiato; il signor Morse, sostiene al contrario che il prezzo del grano aumenterà in seguito all'abolizione delle leggi sui cereali. E si affanna a dimostrare che mai dazi protettivi hanno potuto assicurare al grano un prezzo remunerativo.

A sostegno della sua asserzione il signor Morse cita il fatto che tutte le volte che è stato importato grano straniero, il prezzo del grano in Inghilterra è considerevolmente aumentato, mentre quando se ne importava poco, il prezzo diminuiva estremamente. Il premiato dimentica che non l'importazione era causa del prezzo elevato, ma che il prezzo elevato era causa dell'importazione.

E - tutt'al contrario del collega premiato - il signor Morse afferma che qualsiasi aumento del prezzo dei cereali va a profitto dell'imprenditore agricolo e del bracciante, e non a profitto del proprietario fondiario.


Il terzo premiato, il signor Greg, che è un grande industriale e il cui libro si rivolge alla classe dei grandi imprenditori agricoli, non poteva accontentarsi di simili sciocchezze. Il suo linguaggio è più scientifico. Greg ammette che le leggi sul grano non fanno aumentare la rendita se non facendo aumentare il prezzo del grano, e che non fanno aumentare il prezzo del grano se non costringendo il capitale ad applicarsi a terreni di qualità inferiore, e tutto ciò è naturale.

Man mano che la popolazione aumenta, se il grano straniero non può entrare nel paese, si è costretti a valorizzare terreni meno fertili, la cui coltivazione esige maggiori spese, e il cui prodotto di conseguenza è più caro.

Essendo quella del grano una vendita praticamente forzosa il suo prezzo si stabilirà su quello dei prodotti dei terreni più costosi. La differenza fra questi prezzi e le spese di produzione dei migliori terreni, costituisce la rendita.

Così, se in seguito all'abolizione delle leggi sul grano, il prezzo del grano, e di conseguenza la rendita, precipita, ciò avviene perché i terreni meno fertili cesseraano di essere coltivati. Dunque la riduzione della rendita implicherà senza fallo la rovina di una parte degli imprenditori agricoli.

Queste osservazioni erano necessarie per intendere il linguaggio del signor Greg


I piccoli imprenditori agricoli - dice - che non potranno più vivere con l'agricoltura, troveranno una risorsa nell'industria. Quanto ai grandi imprenditori, debbono guadagnarvi. O infatti i proprietari saranno costretti a vender loro estremamente a buon mercato le loro terre, ovvero i contratti di affitto che stipuleranno con loro saranno a scadenza quanto mai prolungata. Questo permetterà agli imprenditori agricoli di investire nella terra grandi capitali, d'impiegarvi macchine su più vasta scala e di risparmiare così lavoro manuale, che d'altronde sarà a più buon mercato per la diminuzione generale dei salari, conseguenza immediata dell'abolizione delle leggi sul grano.


Il dottor Bowring ha conferito poi a questi argomenti una con sacrazione religiosa, esclamando in un pubblico comizio: "Gesù Cristo è il libero scambio; il libero scambio è Gesù Cristo!".


Si comprende ora come tutta questa ipocrisia non era la più adatta per far gustare agli operai il pane a buon mercato.

Del resto, come avrebbero potuto gli operai comprendere l'improvvisa filantropia degli industriali, che erano ancora impegnati a combattere la Legge delle dieci ore (78), con cui si voleva ridurre da dodici a dieci ore la giornata lavorativa nelle fabbriche?

Per darvi un'idea della filantropia di questi industriali, vi ricorderò, signori, i regolamenti stabiliti in "tutte le fabbriche.


Ogni industriale possiede, per suo uso privato, un vero e proprio codice penale in cui sono fissate ammende per tutte le mancanze degli operai, volontarie o involontarie. Ad esempio, l'operaio pagherà un tanto, se per sua disgrazia si siede su una sedia, o borbotta, o chiacchiera, o ride, o arriva con alcuni minuti di ritardo, o una parte della macchina si rompe o non consegna gli oggetti di una determinata qualità, ecc. ecc. Le ammende son sempre superiori al danno effettivamente causato dall'operaio. E per dargli poi ogni possibilità di incorrere nelle penalità stabilite, si fa avanzare l'orologio della fabbrica e si danno all'operaio materie prime scadenti, con la pretesa che ne tragga dei buoni prodotti. E persino si destituisce il capo reparto che non sia abbastanza abile nell'arte di moltiplicare i casi di contravvenzione.


Lo vedete, signori, questa legislazione privata è fatta apposta per generare contravvenzioni; le quali sono un'altra fonte da cui ricavare denaro. Così il fabbricante ricorre a tutti i mezzi per ridurre il salario nominale e per sfruttare perfino gli incidenti di cui l'operaio non può essere responsabile.

E questi stessi industriali sono i filantropi che volevano far credere agli operai di volersi sobbarcare a enormi spese unicamente per migliorare la loro sorte.

Così, da un lato questi signori assottigliano il salario dell'operaio attaccandosi ai regolamenti di fabbrica nel modo più meschino, dall'altro si impongono i più grandi sacrifici per farlo aumentare per mezzo dell'Anti-Corn-Law-League.

Costruiscono, spendendo somme enormi, dei palazzi ove la Lega stabilisca in qualche modo la sua sede ufficiale; inviano un esercito di missionari in tutti i punti dell'Inghilterra a predicare la religione del libero scambio; fanno stampare e distribuire gratis migliaia di opuscoli per illuminare l'operaio sui suoi interessi; spendono milioni per guadagnare la stampa alla loro causa; organizzano una vasta amministrazione per dirigere i movimenti liberoscambisti; infine sfoggiano tutta la ricchezza della loro eloquenza in pubblici comizi. Fu appunto in uno di questi comuni che un operaio gridò:

"Se i proprietari fondiari vendessero le nostre ossa, voi altri industriali sareste i primi a comprarle, per gettarle in un mulino a vapore e farne farina ".


Gli operai .inglesi hanno compreso assai bene il significato della lotta fra i proprietari fondiari e i capitalisti. Essi sanno fin troppo bene che si voleva abbassare il prezzo del pane per diminuire il salario e che il profitto industriale sarebbe aumentato di quanto fosse diminuita la rendita.

Ricardo, l'apostolo dei liberoscambisti inglesi, il più eminente economista del nostro secolo, su questo punto si trova perfettamente d'accordo con gli operai.

Nella sua celebre opera sull'economia politica egli scrive:

"Se invece di raccogliere il grano in casa nostra... scoprissimo un nuovo mercato ove potessimo procurarci questo prodotto a miglior prezzo, in tal caso i salari dovrebbero diminuire e i profitti aumentare... La diminuzione del prezzo dei prodotti agricoli riduce non solo i salari dei lavoratori occupati nell'agricoltura, ma anche quelli di tutti coloro che lavorano nell'industria e nel commercio "(254).


E non crediate, signori, che per l'operaio sia indifferente ricevere 4 franchi invece di 5, pur essendo il grano più a buon mercato. Non è forse il suo salario diminuito in rapporto al profitto? E non è chiaro che la sua posizione sociale è peggiorata nei confronti del capitalista? Ma oltre a ciò egli perde anche di fatto.

Finché il prezzo del granò era più elevato, come pure il salario, un piccolo risparmio fatto sul consumo del pane era sufficiente all'operaio per soddisfare altri bisogni; ma dal momento che il prezzo del pane e, di conseguenza, il salario, sono a un livello molto basso, non gli sarà più possibile economizzare sul pane per procurarsi altri oggetti.


Gli operai inglesi hanno fatto capire ai liberoscambisti che non si lasciano abbindolare dalle loro illusorie menzogne; e se, ciononostante, si sono alleati a loro contro i proprietari fondiari, lo hanno fatto per distruggere gli ultimi avanzi del feudalesimo e per non aver più di fronte che un solo nemico. E non si sono ingannati nei loro calcoli, poiché i proprietari fondiari, per vendicarsi degli industriali, hanno fatto causa comune con gli operai per far approvare la Legge delle dieci ore, che gli operai per trent'anni avevano tentato invano di far approvare, e che passò invece immediatamente dopo l'abolizione dei dazi sui cereali.


Se al congresso degli economisti (III) il dottor Bowring ha tratto di tasca una lunga lista per mostrare le quantità di bestiame, di prosciutto, di lardo, di polli, ecc. ecc., che sono state importate in Inghilterra per il consumo - dice lui - degli operai, egli ha disgraziatamente dimenticato di dire, che, nello stesso momento, gli operai di Manchester e delle altre città industriali si trovavano sul lastrico per la crisi che si iniziava.


In economia politica non bisogna mai, per principio, raggruppare le cifre di un solo anno per trame delle leggi generali. Bisogna sempre considerare il termine medio di sei o sette anni, lasso di tempo durante il quale l'industria moderna passa per le diverse fasi di prosperità, di sovrapproduzione, di ristagno, di crisi e conclude il suo ciclo fatale (192).


Indubbiamente se il prezzo di tutte le merci diminuisce, ed è questa la conseguenza necessaria del libero scambio, sarà possibile procurarsi con un franco assai più cose di prima. E il franco di un operaio vale il franco di qualsiasi altro. Dunque il libero scambio sarà molto vantaggioso per l'operaio. C'è solo un piccolo inconveniente: cioè che l'operaio, prima di scambiare il suo franco con altre merci, ha operato lo scambio del suo lavoro col capitale. Se in questo scambio ricevesse sempre per lo stesso lavoro il franco in questione, e contemporaneamente il prezzo di tutte le altre merci diminuisse, in questo scambio egli guadagnerebbe sempre. Il difficile non consiste nel dimostrare che, diminuendo il prezzo di tutte le merci, si ottengano più merci per il medesimo denaro.


Gli economisti considerano sempre il prezzo del lavoro nel momento in cui viene scambiato contro altre merci; ma trascurano completamente il momento in cui il lavoro opera il suo scambio col capitale.

Se occorrono meno spese per mettere in moto la macchina che produce le merci, anche le cose necessarie per mantenere questa macchina, che si chiama lavoratore, costeranno meno care. Se tutte le merci sono più a buon mercato, il lavoro, che è anch'esso una merce, diminuirà egualmente di prezzo, e, come vedremo in seguito, questo lavoro-mercé diminuirà in proporzione assai più che le altre merci. Se il lavoratore si affida agli argomenti degli economisti, si accorgerà che il franco gli si è fuso in tasca e che non gli restano più di cinque soldi.


Allora gli economisti vi diranno: ebbene, ammettiamo che la concorrenza fra gli operai, che certo non sarà diminuita in regime di libero scambio, non tarderà ad adeguare i salari al basso prezzo delle merci. Ma d'altra parte il basso prezzo delle merci farà aumentare il consumo; il maggior consumo esigerà una maggiore produzione, la quale comporterà una più forte domanda di mano d'opera; e a questa più forte domanda di mano d'opera seguirà un aumento dei salari.


Tutto questo ragionamento si riduce a questo: il libero scambio aumenta le forze produttive. Se l'industria si sviluppa, se la ricchezza, se la potenza produttiva, se in una parola il capitale produttivo fa aumentare la domanda di lavoro, aumenta anche il prezzo del lavoro, e, di conseguenza, il salario. Dunque la miglior condizione per l'operaio è l'accrescimento del capitale. E bisogna convenirne. Se invece il capitale resta stazionario, l'industria non si limiterà a restare stazionaria, ma declinerà, e in questo caso l'operaio ne sarà la prima vittima. Andrà in malora prima del capitalista. E nel caso in cui il capitale si accresce, caso che abbiamo definito il migliore per l'operaio, quale sarà la sua sorte? Andrà egualmente in malora. L'accrescimento del capitale produttivo implica l'accumulazione e la concentrazione dei capitali. La centralizzazione dei capitali determina una maggior divisione del lavoro e un maggiore impiego di macchine. La maggior divisione del lavoro distrugge la specializzazione del lavoro, distrugge l'abilità particolare del lavoratore e, sostituendo a questa un lavoro che ciascuno può compiere, aumenta la concorrenza fra gli operai.


Concorrenza che diventa tanto più forte quanto più la divisione del lavoro fornisce all'operaio i mezzi per compiere da solo il lavoro di tre. Le macchine portano allo stesso risultato su scala ancora molto più vasta. L'accrescimento del capitale produttivo, costringendo i capitalisti industriali a lavorare con mezzi sempre più cospicui, manda in rovina i piccoli industriali e li precipita nel proletariato. Poi, siccome il tasso dell'interesse diminuisce a misura che i capitali si accumulano, i piccoli rentiers che non possono più vivere delle loro rendite saranno costretti a rivolgersi all'industria e ad ingrossare cosi le file dei proletari.


Infine, più il capitale produttivo aumenta, più è costretto a produrre per un mercato di cui non conosce i bisogni; più la produzione precede il bisogno, più l'offerta cerca di forzare la domanda, e, di conseguenza, le crisi aumentano di intensità e di rapidità. Ma ogni crisi, a sua volta, accelera la centralizzazione dei capitali e ingrossa il proletariato


Così, a misura che il capitale produttivo si accresce, la concorrenza fra gli operai si accresce in proporzione assai maggiore. La retribuzione del lavoro diminuisce per tutti e il fardello del lavoro aumenta per alcuni.


Nel 1829 c'erano a Manchester 1.088 filatori occupati in 36 fabbriche. Nel 1841 c'erano solo 448 filatori, i quali però facevano funzionare 53.353 fusi in più che non i 1.088 operai del 1829. Se il lavoro manuale fosse aumentato proporzionalmente al potere produttivo, il numero degli operai avrebbe dovuto raggiungere la cifra di 1.848: dunque i miglioramenti tecnici hanno tolto il lavoro a 1.100 operai (255).


Noi sappiamo già quale sarà la risposta degli economisti. Questi uomini privati del lavoro, essi dicono, troveranno un altro impiego. Il dottor Bowring non ha mancato di portare questo argomento al congresso degli economisti, ma non ha neppur mancato di smentirsi da se stesso.

Nel 1835 il dottor Bowring pronunciò un discorso alla Camera dei comuni a proposito dei 50.000 tessitori di Londra che da molto tempo muoiono di inedia senza riuscir a trovare questa nuova occupazione che i liberoscambisti fanno loro intravedere da lontano.


Ecco qui i passi salienti del discorso del dottor Bowring:

"La miseria dei tessitori a mano è il destino inevitabile di qualsiasi lavoro che si apprenda facilmente e che sia suscettibile di essere sostituito ad ogni istante da mezzi meno costosi. Poiché in questo caso la concorrenza fra gli operai è estremamente grande, la minima caduta della domanda porta a una crisi. I tessitori a mano si trovano in certo qual modo ai limiti dell'esistenza umana. Un passo ancora, e la loro esistenza diviene impossibile. La minima scossa è sufficiente a gettarli sulla strada della rovina. I progressi della meccanica, sopprimendo sempre più il lavoro manuale, comportano senza fallo, durante il periodo di transizione, molte sofferenze temporanee. Il benessere nazionale non si può acquistare che a prezzo di qualche male individuale. Nell'industria, si avanza solo a spese di chi rimane indietro; e fra tutte le scoperte, il telaio a vapore è quella che più grava sui tessitori a mano. Già in molti articoli che venivano fabbricati a mano il tessitore è stato posto fuori combattimento, ma sarà battuto in molti altri prodotti che si fabbricano ancora a mano."


"Ho qui sottomano ", dice il dott. Bowring più avanti, " una corrispondenza fra il governatore generale e la compagnia delle Indie Orientali. Queste lettere concernono i tessitori del distretto di Dacca. Dice il governatore nelle sue lettere: Qualche anno fa la Compagnia delle Indie Orientali riceveva da sei a otto milioni di pezze di cotone che venivano fabbricate dai telai a mano del paese; la domanda diminuì costantemente e si ridusse a un milione di pezze circa.

In questo momento è quasi completamente cessata. Inoltre, nei 1800 l'America del Nord ha importato dalle Indie circa 800.000 pezze di cotone. Nel 1830 non ne importò neppure 4.000. Infine, nel 1800 vennero spedite in Portogallo un milione di pezze di cotone. Nel 1830 il Portogallo non ne riceveva più che 20.000.

Le relazioni sulla miseria dei tessitori indiani sono terribili. Ma quale fu l'origine di questa miseria?

La comparsa sul mercato dei prodotti inglesi; la produzione dell'articolo per mezzo dei telai a vapore. Un gran numero di tessitori è morto d'inedia; il resto si è dato ad altre occupazioni, soprattutto ai lavori agricoli. Non poter cambiare occupazione, significa per questa gente la morte. In questo momento il distretto di Dacca rigurgita di filati e di tessuti inglesi. La mussola di Dacca, rinomata in tutto il mondo per la bellezza e per la solidità del tessuto, è egualmente scomparsa in seguito alla concorrenza delle macchine inglesi. In tutta la storia dell'industria si stenterebbe forse a trovare sofferenze simili a quelle che in questo modo classi intere hanno dovuto sopportare nelle Indie Orientali " (256).


Il discorso del dottor Bowring è tanto più degno di nota in quanto i fatti in esso citati sono esatti e le frasi con cui egli cerca di attenuarli portano nettamente impresso quel carattere di ipocrisia che è comune a tutti i sermoni liberoscambisti. Bowring presenta gli operai come mezzi di produzione che è necessario sostituire con altri mezzi di produzione meno costosi. Egli finge di vedere nel lavoro di cui parla un lavoro del tutto eccezionale, e nella macchina che ha schiacciato i tessitori una macchina altrettanto eccezionale. Dimentica che non vi è lavoro manuale che non sia suscettibile di subire da un momento all'altro la sorte dell'industria tessile.


"Lo scopo costante e la tendenza di ogni perfezionamento meccanico è, in effetti, di eliminare interamente il lavoro dell'uomo o di diminuirne il prezzo, sostituendo agli operai adulti le donne e i fanciulli; ovvero all'abile artigiano l'operaio non qualificato. Nella maggior parte delle filande a telai continui - in inglese throstle-mills - la filatura viene interamente eseguita da ragazze da sedici anni in giù (IV). L'introduzione del self-actor al posto della hand-mule (89) ha avuto per effetto il licenziamento della maggior parte dei filatori e l'assunzione di fanciulli e di adolescenti."


Queste parole di uno dei più accaniti sostenitori del libero scambio, il dottor Ure (257), servono a completare le confessioni di Bowring, il quale parla di alcuni mali individuali e dice, nel medesimo tempo, che questi mali individuali mandano in rovina intere classi; il quale parla di sofferenze passeggere del periodo di transizione e in pari tempo non dissimula il fatto che queste sofferenze passeggere hanno significato per i più il passaggio dalla vita alla morte e per i restanti il passaggio da una condizione migliore a una peggiore. Quando dice, in seguito, che le sventure di questi operai sono inseparabili dal progresso dell'industria e necessarie al benessere nazionale, egli afferma semplicemente che il benessere della classe borghese ha per condizione necessaria la miseria della classe lavoratrice.


Tutto il discorso di Bowring per consolare gli operai che muoiono e, in generale, tutta la dottrina di compensazione dei liberoscambisti si riduce a questo:

Voi, migliaia di operai che morite, non doletevene. Voi potete morire in tutta tranquillità. La vostra classe non perirà. Essa sarà sempre tanto numerosa che il capitale la potrà decimare senza temere di annientarla. D'altronde, come volete che il capitale trovi un impiego utile se non avesse cura di tenersi costantemente in serbo la materia da sfruttare, gli operai, per sfruttarli di nuovo?


Ma perché si deve considerare non ancora risolto il problema dell'influenza che la realizzazione del libero scambio eserciterà sulla situazione della classe operaia? Tutte le leggi esposte dagli economisti, da Quesnay a Ricardo, sono fondate sul presupposto che gli ostacoli che impacciano ancora la libertà di commercio non esistano più. Queste leggi trovano la loro conferma a misura che il libero scambio si realizza.


La prima di queste leggi è che la concorrenza riduce il prezzo di ogni mercé al minimo del suo costo di produzione. Così il minimo di salario è il prezzo naturale del lavoro. E che cosa è il minimo di salario? È esattamente ciò che è necessario per far produrre gli oggetti indispensabili al sostentamento dell'operaio, per metterlo in condizioni di nutrirsi bene o male e di propagare alla meglio la propria classe.


Se non crediamo per questo che l'operaio avrà solo un tale minimo di salario, tanto meno crediamo che egli avrà sempre questo minimo di salario.


No, secondo questa legge la classe operaia sarà qualche volta più fortunata. Avrà qualche volta più del minimo; ma questo sovrappiù non sarà che la compensazione di ciò che essa avrà in meno del minimo nei periodi di stasi industriale: questo significa che in un certo periodo di tempo ricorrente, in quel ciclo che l'industria compie passando attraverso le fasi di prosperità, di sovrapproduzione, di ristagno, di crisi, calcolando tutto ciò che la classe operaia avrà avuto in più o in meno del necessario, si vedrà che tutto sommato non avrà avuto né più né meno del minimo; essa si sarà cioè conservata come classe dopo avere lasciato dietro di sé tanto di sventure, tanto di miserie, tanto di cadaveri sul campo di battaglia dell'industria. Ma che importa? La classe sussiste sempre e, ciò che è meglio, si sarà accresciuta.


Ma non è tutto. Il progresso dell'industria produce mezzi di sussistenza meno costosi. Così l'acquavite ha sostituito la birra, il cotone ha sostituito la lana ed il lino e la patata ha sostituito il pane.


Così, poiché si trovano sempre dei mezzi per alimentare il lavoro con prodotti meno cari, più miserabili, il minimo del salario va continuamente diminuendo. Se questo salario ha cominciato a far lavorare l'uomo per vivere, finisce per far vivere all'uomo una vita da macchina. La sua esistenza non ha altro valore che quello di una pura e semplice forza produttiva; e il capitalista lo tratta in conseguenza.


Questa legge del lavoro-merce, del minimo del salario, si verificherà a misura che il presupposto degli economisti, il libero scambio, sarà divenuto una realtà, un'attualità. Così, delle due possibilità l'una: o è necessario rinnegare tutta l'economia politica basata sul presupposto del libero scambio, ovvero bisogna convenire che in regime di libero scambio gli operai saranno colpiti da tutto il rigore delle leggi economiche.


Per riassumere: nello stato attuale della società, che cosa è dunque il libero scambio? È la libertà del capitale. Quando avrete lasciato cadere quei pochi ostacoli nazionali che raffrenano ancora la marcia del capitale, non avrete fatto che dare via libera alla sua attività. Finché lasciate sussistere il rapporto fra il lavoro salariato ed il capitale, lo scambio delle merci fra loro avrà un bel verificarsi nelle condizioni più favorevoli; vi sarà sempre una classe che sfrutterà e una classe che sarà sfruttata. Davvero è difficile comprendere la pretesa dei liberoscambisti, i quali immaginano che l'impiego più vantaggioso del capitale farà scomparire l'antagonismo fra i capitalisti industriali ed i lavoratori salariati. Al contrario, il risultato sarà che l'opposizione fra le due classi si delineerà più nettamente ancora.


Ammettete per un momento che non vi siano più leggi sui cereali, più dogane, più dazi, che insomma siano interamente scomparse tutte le circostanze accessorie, a cui l'operaio può ancora imputare la colpa della propria situazione miserevole, ed avrete strappato altrettanti veli che attualmente coprono ai suoi occhi il vero nemico.

Egli vedrà che il capitale divenuto libero non lo rende meno schiavo del capitale vessato dalle dogane.


Signori, non vi lasciate suggestionare dalla parola astratta di libertà. Libertà di chi? Non è la libertà di un singolo individuo di fronte a un altro individuo. È la libertà che ha il capitale di schiacciare il lavoratore.


Come volete ancora sanzionare la libera concorrenza con questa idea di libertà quando questa stessa libertà non è che il prodotto di uno stato di cose basato sulla libera concorrenza?


Abbiamo mostrato che cosa sia la fraternità che il libero scambio fa nascere fra le varie classi di una sola e medesima nazione. La fraternità che il libero scambio stabilirebbe fra le varie nazioni della terra non sarebbe molto più fraterna. Designare col nome di fraternità universale lo sfruttamento giunto al suo stadio internazionale, è un'idea che poteva avere origine solo in seno alla borghesia. Tutti i fenomeni di distruzione che la libera concorrenza fa sorgere all'interno di un paese si riproducono in proporzioni più gigantesche sul mercato mondiale. Non abbiamo bisogno di soffermarci più a lungo sui sofismi spacciati a questo proposito dai liberoscambisti, che valgono quanto gli argomenti dei nostri tre premiati, i signori Hope, Morse e Greg.


Ci si dice per esempio che il libero scambio farebbe nascere una divisione internazionale del lavoro che assegnerebbe a ciascun paese una produzione in armonia con i suoi vantaggi naturali.

Voi pensate forse, signori, che la produzione del caffè e dello zucchero sia il destino naturale delle Indie Occidentali. Ebbene, due secoli fa la natura, che non si immischia troppo nelle faccende commerciali, non vi aveva messo né la pianta del caffè, né la canna da zucchero.


E non passerà forse mezzo secolo che non vi troverete più né caffè né zucchero, perché le Indie Orientali, con la loro produzione più a buon mercato, hanno già vittoriosamente combattuto questo preteso destino naturale delle Indie Occidentali. E queste Indie Occidentali con i loro "doni naturali sono già per gli inglesi un fardello così pesante come i tessitori di Dacca, che, essi pure, erano destinati dall'origine dei tempi a tessere a mano.


Una cosa ancora non bisogna mai perdere di vista: come tutto è divenuto monopolio, vi sono ai nostri giorni anche alcuni rami industriali che dominano tutti gli altri e che assicurano ai popoli che li sfruttano di più l'impero sul mercato mondiale. Ecco perché nel commercio internazionale il cotone ha da solo un valore commerciale molto maggiore di quello che hanno, prese insieme, tutte le altre materie prime impiegate nella fabbricazione degli abiti. È davvero ridicolo vedere i liberoscambisti indicare alcune specialità in ogni ramo industriale per contrapporle ai prodotti d'uso comune che si producono a un prezzo minimo nei paesi ove l'industria è più sviluppata.


Se i liberoscambisti non possono comprendere come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, non dobbiamo stupircene; poiché questi stessi signori non vogliono neppure comprendere come all'interno di un paese una classe possa arricchirsi a spese di un'altra classe.


Non crediate, signori, che facendo la critica della libertà commerciale abbiamo l'intenzione di difendere il sistema protezionista. Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell'assolutismo.


D'altronde, il sistema protezionista non è che un mezzo per impiantare presso un popolo la grande industria, ossia per farlo dipendere dal mercato mondiale, e dal momento che si dipende dal mercato mondiale, si dipende già più o meno dal libero scambio. Oltre a ciò, il sistema protezionista contribuisce a sviluppare la libera concorrenza all'interno di un paese. Per questo noi vediamo che nei paesi in cui la borghesia comincia a farsi valere come classe, in Germania ad esempio, essa compie grandi sforzi per avere dei dazi protettivi. Sono queste le sue armi contro il feudalesimo e contro il governo assoluto, è questo un suo mezzo di concentrare le proprie forze per realizzare il libero scambio all'interno dello stesso paese.


Ma in generale ai nostri giorni il sistema protezionista è conservatore, mentre il sistema del libero scambio è distruttivo. Esso dissolve le antiche nazionalità e spinge all'estremo l'antagonismo fra la borghesia e il proletariato. In una parola, il sistema della libertà di commercio affretta la rivoluzione sociale. È solamente in questo senso rivoluzionario, signori, che io voto in favore del libero scambio.


Dal francese.


Note


I) case di lavoro

II) Lega contro le leggi sul grano

III) Su questo congresso vedi pp. 291-295 e 299-308 del presente volume.

IV) In Andrew Ure, " The Philosophy of Manufactures... ", London 1861, p. 23: upwards [in su]


44) Nel giugno 1846 fu approvata la legge che aboliva i dazi sul grano. Le cosiddette leggi sul grano, che miravano a limitare o vietare l'importazione di cereali, erano state introdotte nell'interesse dei grandi proprietari fondiari inglesi. La loro abolizione fu una vittoria della borghesia industriale, che si era battuta contro di esse sotto la parola d'ordine del libero scambio.


78) La Legge delle 10 ore, che riguardava soltanto i ragazzi e le donne, fu approvata dal parlamento inglese l'8 giugno 1847; ma molti fabbricanti non lo osservavano.


89) Dopo l'invenzione di Wyatt (1735), si hanno in Inghilterra continui progressi nella meccanizzazione della filatura, che sono di grande importanza per lo sviluppo del capitalismo. James Hargreaves costruisce intorno al 1764 la "spinning jenny" (dal nome della figlia Jenny), che ha vari pregi rispetto alle filatrici preesistenti, ma è ancora azionata a mano. Sir Richard Arkwright perfeziona in vari modi la filatrice ideata da Lewis Paul nel 1738 e soprattutto, negli anni 1769-1771, utilizza la forza idraulica. Questa filatrice assume il nome di "throstle" (tordo). Nel 1779 Samuel Crompton costruisce una macchina che combina le caratteristiche della jenny e della throstle, chiamandola "mule jenny" o semplicemente "mule" (mulo, bastardo, che unisce due nature). Nel 1825 si ha infine la "selfacting mule" (mule automatica) o "selfactor" (automatico), la filatrice automatica di Richard Robert.


253) II " Discorso sulla questione del libero scambio " di Marx fu pubblicato a Bruxelles in francese, come opuscolo, all'inizio di febbraio 1848; lo stesso anno apparve in Germania la traduzione tedesca curata da Joseph Weydemeyer. Nel 1885, per desiderio di Engels, questo scritto fu annesso come appendice alla prima edizione tedesca di "Miseria della filosofia", e come tale ristampato più volte in edizioni successive. La prima traduzione russa, curata da Plechanov, fu pubblicata nel 1885 come opuscolo a Ginevra dal gruppo marxista russo Liberazione del lavoro. Nel 1889 apparve a Boston un'edizione americana con una prefazione di Engels, già pubblicata come articolo sulla "Neue Zeit", luglio 1888, sotto il titolo "Dazio protettivo e libero scambio". La prima traduzione italiana apparve su "Critica sociale , Milano, IV, 1894, sotto il titolo "Libero scambio e socialismo".


254) Marx cita secondo l'edizione francese dell'opera di David Ricardo, " Des principes de l'economie politique et de l'impót" (trad. di F.-S. Constando, con note esplicative e critiche di J.-B. Say), II edizione, voll. 1-2, Parigi, 1835, pp. 178-179.


255) Nella prima edizione francese e nelle edizioni successive c'è probabilmente un errore di stampa; si dovrà leggere: 1548 invece di 1848, oppure: 1400 operai invece di 1100 operai.


256) II discorso tenuto da Bowring il 28 luglio 1835 alla Camera dei comuni è pubblicato in "Hansard's Parliamentary Debates: Third Series... Voi. XXIX ", Londra, 1835. I passi citati si trovano alle colonne 1168-1170. Questa parte del discorso di Bowring è riportata anche in Atkinson, " Principles of Political Economy ", Londra, 1840, pp. 36-38; da quest'opera derivano gli estratti di Marx.


257) Marx cita l'opera di Andrew Ure, "Phidosophie des manufactures ou economie industrielle... ", vol. I, Bruxelles, 1836. Per il presente volume si è con frontata la terza edizione inglese: "The Philosophy of Manufactures: or, an Exposition of thè Scientific, Moral, and Commercial Economy...", Londra, 1861, dove il passo citato si trova a p. 23




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